Il museo della barca lariana racconta le grandi imprese degli industriali visionari che hanno cambiato il mondo moderno – seconda parte

Data
15 Luglio 2024

Il museo della barca lariana racconta le grandi imprese degli industriali visionari che hanno cambiato il mondo moderno - seconda parte

Nella precedente rassegna, Museo Barca Larina ha raccontato la vita e
la storia di Carlo Erba, Giulio Cesare Carcano e Gianni Agnelli, nonché
alcune delle loro imbarcazioni esposte al museo. In questo secondo capitolo raccontiamo l’affascinate storia della famiglia Monzino, e della famiglia Abbate. Due famiglie coraggiose, visionarie, così diverse tra loro ma con un grande comune denominatore il senso del bello e il significato del “traguardo” inteso come punto d’arrivo di una missione o di una gara e non il momento finale di una fatica. La famiglia Monzino, dalla creazione dei grandi Magazzini per tutte le tasche alle vette più alte del mondo.

Francesco Emanuele Monzino (chiamato anche Franco).
Nacque a Celle Ligure, in provincia di Savona, il 28 luglio 1891 da Guido e da Maria Pagani, entrambi di famiglia milanese. Compie gli studi a Genova e diplomatosi in ragioneria, nel 1919 si trasferì a Milano trovando lavoro presso la sede centrale dei grandi magazzini La Rinascente, gradito in questo dai rapporti di parentela con i proprietari: era infatti cognato di Ferdinando Borletti, marito di sua sorella Virginia. Infatti sulle orme del romanzo di Émile Zola, “Al Paradiso delle Signore” come nacquero i grandi magazzini a Parigi modello Bon Marché, così nel 1883 nacquero i magazzini dei fratelli.

Bocconi, che nel 1917 grazie alla collaborazione con il poeta Gabriele D’Annunzio presero il nome di “La Rinascente”, nome di grande auspicio ,in quanto lo stesso anno il magazzino a Milano prese fuoco e venne ricostruito ancor meglio nel giro di un anno, proprio grazie al subentro della famiglia Borletti. La Rinascente era un fenomeno culturale oltre che commerciale, all’interno degli spazi espositivi venivano messe in mostra opere di ogni genere, che ispirassero il senso di benessere legato all’acquisto, come i manifesti Liberty, tanto che il premio Compasso d’oro nacque grazie alla collaborazione di Gio Ponti con La Rinascente.  

Bisognava gestire l’invenduto di Rinascente. Nel 1928 nacque così la società Upi, poi divenuta Upim (Unico Prezzo Italiano Milano), della quale Monzino assunse la responsabilità per la parte tecnica. La prima filiale fu aperta a Verona e nel giro di due anni seguirono altre filiali: a Milano, Brescia, Roma, Bologna, Firenze, Padova, Ferrara, Piacenza, Bari, con con ottimi risultati di vendita.

Fu grazie a questa formativa esperienza che Monzino maturò la decisione di staccarsi dal gruppo Rinascente e di fondare una sua impresa di magazzini a prezzo unico. Il 9 maggio 1931 a Milano creò la Standard Sams (Società Anonima Magazzini Standard). Soci ed azionisti, oltre a Francesco, furono il fratello Italo e la sorella Virginia, con una quota minore e Tullio Astesani, industriale serico comasco nonché suocero di Italo, e il 21 settembre 1931 poté aprire i battenti nella centrale via Torino, a Milano, il primo negozio di oltre 400 m2 (già noto come «Bazaar 33»), completamente ristrutturato e sede anche degli uffici della nuova società. La struttura agile ed efficiente, prevedeva una centrale acquisti separata dalle filiali di vendita e un’attenta organizzazione commerciale, politiche organizzative che divennero tipiche nei grossi gruppi GOD decenni dopo, ne sancirono un vero successo.

Il giovane Monzino si mise presto in luce e nel volgere di un anno, nell’ottobre del 1920, fu promosso condirettore commerciale. Nel nome della diversificazione del mercato a tutti i fruitori possibili, iniziò a ispirarsi a una nuova formula commerciale, la stessa che Utica , ( New York) viveva con i magazzini Woolworth “Great Five Cent Store” oggi rimasti in vita solo per la parte sportiva , e rinominata Foot Locker Inc.

Bisognava gestire l’invenduto di Rinascente. Nel 1928 nacque così la società Upi, poi divenuta Upim (Unico Prezzo Italiano Milano), della quale Monzino assunse la responsabilità per la parte tecnica. La prima filiale fu aperta a Verona e nel giro di due anni seguirono altre filiali: a Milano, Brescia, Roma, Bologna, Firenze, Padova, Ferrara, Piacenza, Bari, con con ottimi risultati di vendita.

Fu grazie a questa formativa esperienza che Monzino maturò la decisione di staccarsi dal gruppo Rinascente e di fondare una sua impresa di magazzini a prezzo unico. Il 9 maggio 1931 a Milano creò la Standard Sams (Società Anonima Magazzini Standard). Soci ed azionisti, oltre a Francesco, furono il fratello Italo e la sorella Virginia, con una quota minore e Tullio Astesani, industriale serico comasco nonché suocero di Italo, e il 21 settembre 1931 poté aprire i battenti nella centrale via Torino, a Milano, il primo negozio di oltre 400 m2 (già noto come «Bazaar 33»), completamente ristrutturato e sede anche degli uffici della nuova società. La struttura agile ed efficiente, prevedeva una centrale acquisti separata dalle filiali di vendita e un’attenta organizzazione commerciale, politiche organizzative che divennero tipiche nei grossi gruppi GOD decenni dopo, ne sancirono un vero successo.

Un simile sviluppo sorprese gli stessi fratelli Monzino, oltre che i dirigenti della Rinascente-Upim. Nel 1933 fu inaugurato un secondo magazzino a Venezia, con risultati di vendita cauti. Un passo decisivo – sia dal punto di vista commerciale, per i notevoli introiti che ne derivarono, sia dal punto di vista dell’immagine della «Standard» – avvenne con la successiva filiale torinese, inaugurata il 26 marzo 1934, nella centrale via Roma.

Nel frattempo dal matrimonio contratto nel maggio 1927 con Matilde Alì d’Andrea-Peirce (nata a Catania nel 1904), il 2 marzo 1928 nasce Guido, la cui fama resta legata alla grande passione per il bello e per la montagna e al suo profilo di alpinista ed esploratore, poco dopo nacquero anche i due successivi figli, Fiorella e Carlo.

Dal punto di vista della conduzione aziendale, Monzino improntò la sua azione a uno spirito paternalistico nei confronti dei dipendenti, in parte indirizzata al sostegno sociale (premi per natalità, cure in montagna e al mare, pensioni aziendali). In particolare operò tramite il fondo di beneficenza «Guido Monzino», intitolato al padre. Per la sua attività ricevette anche vari riconoscimenti e nel 1938 fu nominato commendatore del Regno.

Dalla seconda metà degli anni Trenta le scelte del regime fascista influenzarono le politiche aziendali. Un primo problema derivò nel 1937 dall’obbligo di mutare il nome «Standard» della società dal suono troppo inglese. Dopo molte discussioni, Monzino decise a favore di un’italianizzazione della sigla originale, trasformandola in «Standa» (Società Anonima Tutti Articoli Nazionali dell’Arredamento e Abbigliamento). Arrivano i momenti difficili, dal 1937 al 1941 la politica del regime fasciste impone il blocco dei prezzi, provocando la conseguente rivolta sei fornitori, nonchè vengono estense le licenze ad altri concorrenti tra cui la società PTB, prezzi per tutte le borse. Nel pieno della guerra Monzino tentò di limitare i danni per il fermo di molti punti vendita attrezzando piccoli magazzini denominati Mas.  

Ma dal 1943 la situazione precipitò: i dipendenti passarono da 1500 a 1000 e molte filiali furono parzialmente o totalmente distrutte. Alla fine della guerra si stimarono danni intorno ai 31 milioni di lire, mentre i negozi operativi si erano ridotti a 19.

Nel dopoguerra particolare attenzione fu posta nel reclutamento di nuovo personale, compreso uno dei più noti dirigenti della Rinascente, Carlo Brivio, già direttore della sede centrale di piazza Duomo a Milano. Nonostante le difficoltà economiche di quegli anni, già nel ventennale della società, nel 1951, porto la Standa ad avere 35 filiali operative e 2000 dipendenti, e un ambizioso piano di sviluppo aziendale da proseguire sempre a fianco del fratello Italo (vice presidente e amministratore delegato, e più tardi, nel 1981, finanziatore dell’omonimo Centro cardiologico milanese). Quasi a suggello della sua attività, nel 1953 fu nominato cavaliere del lavoro pochi giorni dopo, il 21 giugno 1953, quando morì nella sua abitazione milanese.

Fedele fino in fondo alla sua missione, fu sepolto, come richiesto nel testamento, nel cimitero di Musocco accanto agli operai e agli impiegati della sua impresa.

Guido Claudio Smiraglia-Guglielmina Diolaiuti Monzino, detto Guido, – Nacque a Milano il 2 marzo 1928, da Franco, fondatore della Società anonima magazzini Standard, poi Standa, e da Matilde Alì d’Andrea-Peirce, di nobile famiglia siciliana.

Trascorse l’infanzia nella villa di famiglia a Moltrasio, sul lago di Como, le cui atmosfere al tempo stesso luminose e austere influenzarono vita e carattere di un personaggio che potrebbe definirsi uno degli ultimi mecenati-esploratori italiani. Conclusi gli studi classici, iniziò il suo lavoro alla Standa, di cui divenne direttore generale, rimanendo fino al 1966, quando il gruppo passò alla gestione della Montedison. Nel frattempo, quasi per caso, fece l’incontro che avrebbe segnato profondamente la sua esistenza: la montagna. Verso la metà degli anni cinquanta, totalmente digiuno di alpinismo, salì infatti il Cervino con la guida di Achille Compagnoni, protagonista con Lino Lacedelli della prima scalata del K2.

Il contatto con il fascino grandioso e severo delle montagne rappresentò per Monzino quasi una rivelazione che lo spinse a rincorrere mete sempre più lontane. Il suo principale scopo di vita fu quello di inserirsi nel filone delle grandi spedizioni esplorative ispirandosi al suo modello ideale, il duca degli Abruzzi.

La prima spedizione che organizzò Monzino, fu la traversata da Dakar, in Senegal, ad Abidjan in Costa d’Avorio, nel 1955, la prima di 20 missioni che diresse nei due decenni successivi. L’estate seguente iniziò la collaborazione con le guide di Valtournenche che lo seguirono poi in tutte le altre imprese. L’obiettivo era percorrere integralmente la lunga e complessa cresta che dalle Grandes Murailles, incombenti sulla conca del Breuil, unisce il Cervino al Monte Rosa.

Come Monzino scrisse in Grandes Murailles (Milano 1957), il primo dei volumi che dedicò a ognuna delle sue imprese, lo scopo era «percorrere cresta per cresta, nel ricordo degli esploratori di ogni paese questa lunga catena dello nostre magnifiche Alpi.

L’anno seguente iniziò la sequenza di attività extraeuropee, dapprima con la spedizione del 1957-1958 sulle Ande cilene (Cerro Paine e Torri del Paine), per la quale Monzino riuscì a creare un sodalizio tra i collaboratori locali e le guide di Valtournenche, diventando così un tratto caratteristico delle sue imprese. Tormente di neve e venti gelidi con punte di 200 km all’ora dopo tre tentativi e ben 30 giorni permisero il raggiungimento della vetta.

Monzino nel volume Italia in Patagonia (Milano 1958), a proposito del vento che addirittura sollevava gli alpinisti, scrive: «è sempre imprevedibile la potenza di questo elemento; per oltre cinquanta giorni abbiamo odiato il vento e amato il Paine» Vinta la cima principale, la spedizione si diresse verso le Torri del Paine, le tre eleganti cime di granito che si ergono ripidissime per centinaia di metri. Nonostante la neve, il vento e il freddo intenso venne scalata la vergine Torre Sud – con diversi tratti di sesto grado, valutato in quel periodo la massima difficoltà di arrampicata su roccia  –, che dalle guide venne denominata Torre Guido Monzino.

Fu poi la volta del Karakorum, sulle orme dell’amato duca degli Abruzzi, «alla ricerca di una meta che rappresenti un degno programma per le guide del Cervino e per l’alpinismo italiano nel mondo» (Kanjut Sar, Milano 1961, p. 7).

Raggiunse l’inviolata cima, il Kanjut Sar, si alza fino a 7760 m, 12 alpinisti e di oltre 500 portatori, il carico complessivo era particolarmente pesante (22 t), ma come in ogni spedizione, Monzino volle tenere conto di ogni eventualità, anche per quanto riguardava i problemi dell’alimentazione e dell’organizzazione sanitaria.

Dal 1959, oltre un decennio di spedizioni vide Monzino e i suoi uomini calcare le cime più alte dell’Africa (Kilimanjaro, Kenya, Ruwenzori), i massicci montuosi del Sahara (dal Tibesti all’Hoggar) e, in un susseguirsi continuo di contrasti ambientali, le cime e i ghiacciai della Groenlandia, terra che, come scrisse in Spedizioni d’alpinismo in Groenlandia (Milano 1966), «lascia davvero un male o una malia forse ancora più penetrante dell’Africa stessa, certamente duratura, forse leggermente angosciosa» tanto fu lo sforzo fisico compiuto. La decina di imprese compiute in questa regione portò alla scoperta di zone sconosciute, alla salita di cime vergini, a lunghi percorsi sulla banchisa artica. Nel 1962, con due distinte spedizioni, Monzino toccò il 72° e successivamente il 77° parallelo, compiendo fra l’altro la prima ascensione della parete sud del Pollice del Diavolo. Nel 1963 e nel 1964 si dedicò alla scalata delle Alpi Stauning nella Groenlandia Orientale, preludio al lungo capitolo dell’esplorazione polare che lo coinvolse in un programma articolato in cinque spedizioni dal 1968 al 1971: dalle crociere nautiche ai viaggi di allenamento con slitte e cani sulla banchisa e infine al balzo verso il Polo Nord nel 1971, quando concluse la sua impresa probabilmente più significativa dal punto di vista della storia dell’esplorazione, raggiungendo i 90° di latitudine nord con i mezzi tradizionali delle slitte e dei cani. Fu la prima volta che la bandiera italiana venne issata al Polo Nord, dopo che il duca degli Abruzzi il 25 aprile 1900 aveva raggiunto gli 86° 43’ nord.

In realtà il Polo Nord era stato già raggiunto in svariate occasioni con aerei, dirigibili, fra cui lo sfortunato Italia di Nobile nel 1926, sottomarini nucleari, slitte a motore. Tuttavia, se si considerano solo le spedizioni con slitte trainate da cani, Monzino fu preceduto unicamente dal gruppo guidato dall’inglese Wally Herbert, che nel 1969 aveva attraversato la banchisa polare dall’Alaska alle Spitsbergen. La spedizione, che partì da Cape Columbia sull’isola canadese di Ellesmere il 2 aprile 1971, era composta, oltre che da Monzino, da Mirko Minuzzo e Rinaldo Carrel della Valtournenche, dal cileno Arturo Aranda come vicecapospedizione, da due tecnici di radiotrasmissione danesi e da 22 guide eschimesi. Le slitte erano 23, trainate da 330 cani, per i quali erano state approvvigionate 25 tonnellate di pemmican, impasto di carne e pesce in polvere. L’equipaggiamento univa le tradizioni esquimesi (come i giacconi di pelliccia di caribù o gli stivali di pelle di foca) ad attrezzature e mezzi moderni (come il bimotore Twin Otter utilizzato per il controllo dall’alto della posizione e per lanci di scorte integrative). La marcia si rivelò lunga e difficile a causa della banchisa molto irregolare e in continua trasformazione, a tratti ricoperta di neve soffice, a tratti interrotta da canali o da dighe di pressione, con temperature anche inferiori a -45°. Il 19 maggio venne raggiunto il Polo Nord, ma il ritorno si presentò ancora più difficile per il progressivo aumento della temperatura che rendeva sempre meno compatta la banchisa sul Mar Glaciale Artico e costringeva a superare canali che si aprivano da ogni parte. Dopo 71 giorni e dopo avere percorso con le slitte poco meno di 5000 km di banchisa, la spedizione si concluse il 20 giugno 1971.

Nei progetti di Monzino restava un’altra meta non ancora toccata dagli italiani, il tetto del mondo non nel senso della latitudine ma nel senso dell’altitudine, l’Everest, la montagna più alta della terra. Anche in questo caso l’organizzazione della spedizione, quasi in concomitanza con l’impresa polare, fu gravosissima. Monzino progettò il coinvolgimento di tutte le forze armate italiane con i loro vari corpi. Come scrisse nel volume La spedizione italiana all’Everest 1973 (Verona 1976), «l’intento è quello di portare il tricolore sulla più alta montagna del mondo, per concorrere sul piano internazionale ad un’affermazione di prestigio per la patria»

Alla fine la spedizione vide la partecipazione di 54 militari e 11 civili. Nove C-130 della 46a Aerobrigata trasferirono a Kathmandu in Nepal oltre 100 tonnellate di materiale, inclusi due elicotteri. La carovana che percorse la valle del Khumbu verso l’Everest comprendeva 150 persone tra italiani e sherpa, 2000 portatori e centinaia di yak. Il 20 marzo 1973 fu allestito il campo base a 5360 m ai piedi dell’Evereste il 5 e il 7 maggio, accompagnati da tre sherpa, toccarono la vetta ( 8848 metri) gli alpini Rinaldo Carrel, Mirko Minuzzo, Virginio Epis, Claudio Benedetti e il carabiniere Fabrizio Innamorati.

Quella di Monzino all’Everest fu l’ultima grande spedizione, ma mosso dallo stesso spirito del padre Francesco, egli continuò un forte sostegno per le popolazioni del terzo mondo. Nel 1974, sempre affascinato dal paesaggio del Lago di Como, acquistò e restaurò la settecentesca villa del Balbianello a Lenno, fra Menaggio e Argegno, per farne un grande centro geografico ed esplorativo.

Quando morì, sessantenne, coevo del suo amico, il duca degli Abruzzi, la villa e il parco annesso vennero cedute al Fondo italiano per l’ambiente (FAI), una tenuta regalata al Governo cileno per l’ampliamento del Parco del Cerro Paine, la realizzazione del Rifugio Monzino per le guide di Courmayeur e ovviamente, tutte le barche della darsena di Villa del Balbianello donate al Museo Barca Lariana, dove è costudita una ricca e amichevole corrispondenza fra Guido Monzino e GianAlberto Zanoletti.

Morì l’11 ottobre 1988 a Milano.

Qui di seguito la gondola della famiglia Arconati-Visconti, proprietaria di villa Balbianello, poi passata a Guido Monzino, questa gondola è stata costruita dai Casal. Questa gondola è stata voluta da Cusani Visconti Botta Adorno, appassionato volontario si schierò con i difensori di Venezia durante l’assedio austriaco del 1849.

Nel 1861 sposò Giacomina Bassi, figlia della contessa Marietta Trotti Bentivoglio e cugina di primo grado di Gian Martino Arconati, al quale fu molto legata. Luigi Cusani, seguendo una moda e in ricordo delle sue imprese veneziane, probabilmente volle che fosse costruita una gondola e, non avendo una villa sul lago, approfittò dell’ospitalità al molo del cugino di sua moglie. Ciò spiega la presenza di una gondola con arma viscontea nella tenuta Arconati di Villa Balbianello. La costruzione di questa gondola venne ipotizzata intorno al 1860, quando la Famiglia Arconati ritornarono di proprietà di Villa Balbianello. Dinastia di ardenti patrioti, per evitare le ritorsioni della polizia austriaca si rifugiò in Piemonte. Sono tornati solo sul Lago di Como nel 1860, dopo la sconfitta austriaca e l’unificazione della Lombardia al Regno di

Sardegna. Nel corso degli anni il progressivo declino della famiglia provocò l’abbandono della Villa Balbianello e i suoi tesori. La gondola fu ritrovata casualmente nel 1965 durante la lavori di restauro commissionati dai nuovi proprietari, una famiglia americana. Era appeso alle capriate del tetto di un edificio adiacente alla villa. Gianalberto Zanoletti di Rozzano ( fondatore del Museo Barca Lariana), l’ha salvata dagli artigli di un antiquario che voleva utilizzare la prua per trasformarla in una cappa da camino e il felze per farne un bar. Questa delle gondole veneziane sul lago di Como è una storia lunga ed erano stati proprio alcuni squerarioli veneziani a cominciarla. Tra tanti va ricordato Ferdinando Taroni, arrivato da Venezia, nel 1790 apre uno squero a Ponte, frazione di Carate, che presto diventa il cantiere più attivo del lago, attivo fino al 1935.

La Famiglia Abbate, dall’amore del
Legno di Guido alla Vetroresina di Tullio.

 

L’origine dei Cantieri Abbate risale al 1873, data in cui viene documentata la relativa concessione demaniale. Giuseppe Abbate, come tanti mastri d’ascia dell’epoca, dopo aver imparato l’arte dai Taroni di Carate, decise di aprire la sua sostra. Ebbe tre figli: Guido, Pin e Cin.

Giuseppe morì giovane, ma fece in tempo ad avere un erede a cui diede il suo stesso nome, Guido. 
Pin e Cin aiutarono fin da subito il padre Giuseppe in cantiere. Costruivano barche da pesca, lance con il buffet e barconi per il trasporto delle derrate sul Lago di Como. 
Fu proprio il piccolo Guido, portato fin da bambino a Portezza con gli zii, a ereditare l’arte nautica e prendere in mano le redini del cantiere. Nel 1930, ancora adolescente, montò il suo primo motore su una barca a fondo piatto. Tornato dalla Seconda guerra mondiale dove fu impegnato in aviazione, con la collaborazione dell’ingegnere Somaini di Como, creò il cantiere di Portezza. Due anni dopo con l’ingegnere Alfieri e il tecnico Giovanardi realizzò il runabout Pamblo, primo motoscafo monocarena al mondo a essere equipaggiato con eliche di superficie. Pamblo vinse la prima medaglia d’oro della F.I.M. indetta nel dopoguerra e destò subito l’interesse degli intenditori. Il 1951 è una data molto importante per il cantiere. Un tre punti con motore Ferrari stabilì il record dell’ora con una media di 182 km/h. Pilotava Castoldi.

Sempre nello stesso anno, il suo Laura I raggiunse l’incredibile velocità di 226 km/h.
I successivi tre punti di Guido Abbate stabilirono poi altri numerosi primati. Non erano solo barche veloci, ma anche di un’eleganza straordinaria, come la serie Ribot, destinate ai successi nelle varie edizioni delle Centomiglia del Lario. Il Cantiere Guido Abbate raggiunse il suo massimo splendore negli anni Sessanta con i modelli Villa d’Este, super Villa d’Este e California, con le numerose vittorie alle Centomiglia e i molteplici primati stabiliti. In questi anni inizia a correre Tullio, primogenito di Guido, ottenendo subito vittorie sia in campo nazionale che internazionale. 
Nel 1962 nacque il famoso motoscafo da corsa n° 5, progettato e costruito proprio da Tullio Abbate. Era un motoscafo totalmente rivoluzionario perché costruito in compensato, non più in mogano e per l’inserimento di paratie al posto delle tradizionali ordinate. Nel 1965, con l’arrivo della vetroresina, si creano i primi attriti fra padre e figlio.

 

 

Tullio avverte le grandi potenzialità offerte da questa nuova tecnologia, mentre Guido rimane arroccato nelle sue idee tradizionali legate al legno. Tullio inizia a fare i suoi primi esperimenti lontano dagli occhi del padre, e decide poi di aprire il suo cantiere nel 1969. Vero pioniere della vetroresina, si avvale (per non ripetere decide) di collaboratori fra i più qualificati a livello mondiale, puntando sulla bellezza, l’affidabilità e la velocità. Queste caratteristiche gli hanno permesso di poter annoverare fra i suoi numerosi clienti, nomi famosi nel campo sportivo internazionale, enti civili e militari italiani e stranieri. Anche gli altri due figli di Guido, Chicco e Bruno, continuarono con successo a correre e a costruire barche di prestigio. Nel 1977 nasce a Grandola il marchio Bruno Abbate for Primatist, avviando la produzione di motoscafi e Offshore di successo, come il Pinot di Pinot e Gancia dei Gancia.  Infatti Il legno lascia posto alla vetroresina. È il 1977. L’anno della svolta. Col marchio BRUNO ABBATE venne intrapresa la realizzazione di motoscafi con l’impiego di questo materiale innovativo. La linea si chiamerà Primatist da un’idea di un amico di famiglia. Il Primatist 23′ s’impose subito all’attenzione degli appassionati e fu il Salone Nautico di Genova di quell’anno che ne suggellò il successo definitivo;

Bruno Abbate è molto conosciuto come pilota ed inizia ad affermarsi anche come costruttore. L’Offshore classe 1 è la vetrina più importante: Pinot dei Pinot e Gancia dei Gancia vincono e fanno sognare gli appassionati.

Nell’Europeo S5 il dominio è assoluto, i campi di gara di tutto il mondo attraggono un pubblico entusiasta e competente. La tecnologia delle corse viene applicata alla produzione delle barche da diporto. Un indiscutibile plus. E’ il 1996 ed il record del mondo di velocità su Kilometro lanciato (216.703 Km/h) di Primatist a motore Maserati riempe le pagine dei giornali dell’epoca. Allo stesso tempo però il Cantiere dimostra un grande potenziale non meno affascinante delle corse. Nella produzione vengono inserite barche più grandi e spaziose destinate alla crociera a lungo raggio, tra queste il 38′ ed il 42′ che si fanno apprezzare per la loro versatilità unita alle performances. Nel 1995 nasce la linea G. G sta per Guidino Abbate: più che un ricordo una presenza quotidiana. Ne sono un esempio il G25′ che raccoglie i consensi degli appassionati, il G29′ ed il G33′. Sono gli step inziali, la base sulla quale si affermerà e si consoliderà la gamma futura. Siamo nel 2002.

A Villa d’Este in un evento unico nel suo genere, è l’esito vincente dove, Bruno affiancati da Carlo presentano il nuovo modello della serie Primatist. E’ un’altra pietra miliare, uno spartiacque unico nella storia della nautica italiana. Il concept del tetto apribile elettroidraulicamente cattura i consensi dei più. Ben presto diventerà una moda seguita dagli altri Cantieri, ma soprattutto un’esigenza di chi vuole vivere il mare con qualsiasi condizione meteo. Questa barca batterà ogni record di vendita e darà un input importante alla crescita del Cantiere che supera con forza ed energia l’incendio del 25 febbraio 2004. Bruno e Marco Abbate stringono la mano a Sergio Pininfarina. Nella sede torinese dell’azienda leader nel mondo nel settore del design viene siglato un importante accordo di collaborazione che darà un indiscutibile input stilistico alla produzione futura di Primatist. Viene portato avanti e sviluppato un piano di lavoro congiunto tra i tecnici di Primatist e la Pininfarina Extra che fa capo all’ing. Paolo Pininfarina che dimostra tutta la propria competenza e passione. Sarà il G70′ Pininfarina, la barca più importante della storia di Primatist. Il pubblico non trova aggettivi adeguati a renderle onore. La serie Primatist sarà una tipoligia di barche unicche che proietterà con forza il Cantiere nel futuro, fino agli anni novanta.

La strada intrapresa piace; così Primatist e Pininfarina decidono di continuare a correre assieme realizzando il G46′ Pininfarina. Più accessibile del G70′ ma non meno tecnologicamente evoluto ed affascinante. Le soluzioni proposte dal G70’ e dal G46’ Pininfarina sono figlie della ricerca così come lo sono quelle applicate al G53’ al B41′ e al B62′. Si tratta del risultato ottenuto grazie alla volontà di Primatist di rendere le sedi produttive, Arbatax in primis, sempre più proiettate verso il futuro, anche dal punto di vista della qualità dell’ambiente di lavoro. L’introduzione della gelcottatura robotizzata, l’impianto di distribuzione delle resine e il pantografo a controllo numerico per la lavorazione del legno, eliminano il pericolo per l’operatore.

Laura I (Cantiere Abbate, Tremezzina CO), 1952

Il “Laura I” deve il nome all’amata figlia del suo unico e grande pilota, il campione Mario Verga. Una volta ottenuto dall’Alfa Romeo il motore 159 campione del mondo di Formula 1, si rivolge a Guido Abbate per commissionargli uno scafo a tre punti per infrangere il record dell’ora che costruì il Laura I in soli due mesi. Si rivelò un vero capolavoro di modernità, solidità e sicurezza. Il 15 febbraio 1953 Verga e il Laura I riuscirono a battere il record di velocità della classe 800 kg portandolo da 194 km/h a 226 km/h. 

Detentore di grandi successi, recordman e Campione del Mondo, è stato uno dei piloti più brillanti della motonautica mondiale. Il suo sodalizio con il Laura I rimane uno tra i più leggendari nella storia dello sport.

Il 9 aprile 2020, muore Tullio Abbate di una malattia assurda, il COVID.

Il suo «coer de acqua e de lamiera” si è fermato.

Il genio che aveva creato imbarcazioni che hanno fatto innamorare grandissimi campioni dello sport, soprattutto i piloti di Formula 1. Tra gli anni 70 e 90 tutti avevano una sua barca tanto da diventare amico intimo di Jacky Icks, Gilles Villenueve ed Ayrton Senna. Con il pilota brasiliano anche il progetto di una barca lunga 12,90 metri, la “Senna 42 Evolution”.

La sua passione più grande era la velocità, la ricerca dell’estremo come dimostrano i tanti record del mondo da pilota. Tullio Abbate era avanti, ogni suo progetto era innovativo. I dettagli facevano la differenza tanto che si affidò, anche, al designer Giorgetto Giugiaro, per la ricerca di un ancor maggior stile e performance da attribuire alle proprie già stupende imbarcazioni.Una conoscenza incredibile sviluppata grazie, come abbiamo raccontato in questa collana, a suo padre Guido già proprietario di un cantiere. Era il punto di riferimento per tutti, una vera e propria istituzione. Era un uomo semplice e genuino, uno del lago di Como. Ha conquistato tantissime vittorie con gli offshore record che gli ha così permesso di far conoscere le proprie barche in tutto il mondo.

Il proseguo della sfida agonistica oggi è rappresentata dal figlio di Tullio Abbate, Tullio Junior, il quale si impone con forza realizzando record ancora oggi imbattuti. Tra questi nel 2006 partecipa al campionato del mondo Team Dynamic Performance di Rouen , per poi vincerla nel 2010 e di seguito la 8 ore di Augustow In Polonia, permettendogli di vincere quindi il titolo mondiale per la categoria Endurance. Definito da molti il Re di Francia, oltre a due di classe F2 nel 2016 e 2017 si aggiudica anche il podio del campionato del mondo nel 2019. Praticamente un poker che pochi piloti al mondo possono vantare. A propiziare questo successo il gioco di squadra: l’esperienza e la dimestichezza nella maratona francese di Abbate Jr, la strategia messa in atto del team manager Guido Cappellini e la perfetta intesa con gli altri componenti dell’equipaggio che ha portato alla vittoria il catamarano Dac numero 35, alternando la conduzione tra Tullio J e Shaun Torrente l’americano, campione del mondo in carica di F1 inshore, gli emiratini Rashed Al Qemzi e Rashed Al Tayer.

In Ricordo di Tullio Abbate Senior si vuole concludere questa rassegna facendogli onore, riprendendo anche noi in questa rassegna, le parole che Davide Van De Sfross, che dedico al padre Guido, in una canzone intitolata “Il costruttore di motoscafi”: “cun la barca che se impenna cun la barca che la dunda, poe rüverà la breva a scancélà questa mia scia ma el sègn de la mia storia el purterà mai via”, il segno della sua storia nessuno potrà mai cancellarlo

– testo di Marco Biondi

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